Editoriale Novembre 2021: Tic Tac

Editoriale Novembre 2021

Tic Tac.
C’è stato un tempo in cui avevamo tempo, non c’era Google e lo spazio era allungato.
La fotografia era una pratica riflessiva, si procedeva per passi rituali, soprattutto si pensava.
Non che adesso non si pensi più, ma lo si fa di corsa, col fiatone. Poi ci sono pure quelli che non pensano proprio e usano l’istinto dei cacciatori, almeno cosi dicono. La fretta. Non abbiamo concluso una cosa che si deve già passare al capitolo successivo.
Oggi nell’era digitale abbiamo aggiunto la pratica della post-produzione, che è un intervento eseguito a posteriori che si faceva pure nell’altro mondo solo che era più romantico ed artigianale. Questo implica un’altra sottrazione di tempo, tempo che convertiamo per implementare una nuova frenesia, quella del rendere visibile il prodotto della nostra fatica, in slang: postare.
Esistono cliché ripetuti come mantra nel mondo fotografico. Si ente spessissimo l’espressione: rubare una foto, tipico di chi si relaziona con il genere umano e cerca di realizzare immagini che contengano momenti di vita vissuta più o meno interessanti, ironici, iconici, descrittivi di un momento, di un luogo, ma che contengano degli esseri umani come soggetti principali. Rubare un attimo di vita a qualcuno che, ignaro d’essere oggetto di desideri altrui, cada nella trappola.
Voi sapete perché si dice rubare? Perché io proprio non lo capisco. Rubare significa sottrarre qualcosa a qualcuno ma nella pratica fotografica non si sottrae nulla, nessuno rimane danneggiato (sto parlando dell’atto di prendere una fotografia, non di cosa ne facciamo dopo). Perché “rubare” allora? In fotografia non si ruba nulla e nemmeno si prende in prestito, piuttosto si condivide qualcosa, un momento di vicinanza ad esempio. Le fotografie vengono prese e diventano nostre virtualmente , non diventano nostri luoghi o persone. Usiamo la parola condividere in tutte le sue coniugazioni (sharing) e quando è davvero ora di farlo ci inventiamo qualcosa che nulla ha a che fare con il vero significato di ciò che facciamo.
No che non rubiamo, il tempo non si ruba in fotografia perché il tempo non si ferma e non ci appartiene, e nemmeno lo spazio si ruba perché se domani torniamo lì, dove abbiamo scattato, scopriamo che è ancora tutto come l’avevamo lasciato.
E’ vero che l’idea di fermare il tempo in fotografia è una consuetudine che ci tramandiamo ad illo tempore, ma si fermano i ricordi, non il tempo.
La fotografia è una pratica della mente, è la benzina per la memoria. E la memoria non è quella delle schede sd ma quella che attiene all’universo dei sentimenti.
Scattare fotografie è un dovere ancor prima che un piacere perché mantiene in vita il presente affinché diventi passato. Dovremmo ribellarci se qualcuno ci impedisce di farlo. Forse in prossimità di siti militari ma tutto il resto dev’essere totally free.
La privacy non esiste, altrimenti i vari gestori di telefonia o luce&gas non ci disturberebbero, anzi, non ci ruberebbero tempo. Siamo diventati complicati, e non sempre è un bene, forse non lo è per niente.
Se Henri Cartier Bresson avesse dovuto chiedere una liberatoria a tutti i soggetti che ci ha mostrato, scrivendo la storia della fotografia, probabilmente lo ricorderemo solo come un buon pittore del novecento (mestiere con il quale ha iniziato e finito una splendida carriera) anziché il più grande, forse, fotografo della storia.

Enzo Pertusio
 

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