Editoriale Marzo 2020: Una semplice idea

Editoriale di Marzo

Una semplice idea

Cindy Sherman inizia da ragazzina ad interessarsi di Arte, la studia innanzitutto, che non vorrei paresse un dettaglio.
Negli anni settanta, dopo un breve intermezzo in cui fotografa pendolari, persone normali in situazioni poco interessanti, inizia a riprendere se stessa. All’inizio non è una auto-analisi e nemmeno ci sono risvolti psicologici ma solo un grande divertissement.
Ama travestirsi, confondere e confondersi tra i tanti aspetti del suo carattere.
Nei suoi ritratti si alternano fanciulle, mostri, milf&cougar, casalinghe e femmes fatales, brutti anatroccoli o vamp prosperose. Le “bruttezze” di Cindy, lei che nella realtà è ancora una bella signora, sono indotte da travestimenti, siliconi e nasi finti.
La sua ispirazione nasce dai media, dall’ideale femminile preconfezionato da cinema e riviste, ma è una declinazione della solitudine umana.
L’azione risulta essere dirompente, tanto che il MoMa acquisterà qualche tempo dopo la sua prima serie di immagini a un milione di dollari.
Strani questi anni ’80, sono anni in cui chi esce dal guscio e mostra qualcosa di originale ottiene un suo spazio, lei lo spazio se lo crea e l’ha mantenuto fino ad oggi.
Sa misurarsi, non tracima in ogni dove, ma si mostra in poche ma sostanziali esposizioni, tutte di grande richiamo.
La morale è questa: la Sherman è una fotografa senza esserlo mai davvero, è di certo un’artista. La regista di se stessa, sia quando scrive i suoi stessi copioni o si siede davanti allo specchio per trasformarsi.
Il travestimento è una forma sacra ed inviolabile di relazione con il mondo.
Usa la fotografia perché è il modo più adatto alla sua volontà di raccontarsi, più rapido ed esaustivo, ma non potrà (o non vorrà) uscire da quel cliché diventato ormai una damnatio memoriae.

Enzo Pertusio

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