Editoriale di Novembre 2018: La pazzia di Mario

Editoriale di Novembre

La pazzia di Mario

Un giorno Giacomelli comprò una nuova macchina fotografica e nascose quella vecchia e storica in un armadio, lontano da quella nuova. Disse – per me la macchina ha un’anima e una sensibilità e non voglio che l’altra sappia che l’ho sostituita perché non la voglio ferire.
Io sono un somaro – continua – non so leggere bene la luce, non mi ricordo mai di mettere a fuoco correttamente ma poi la macchina mi da sempre il risultato che voglio.
A metà strada tra la leggenda e la leggiadra verità, Giacomelli aveva creato un rapporto preferenziale con i suoi strumenti, aveva criptato un linguaggio che solo loro comprendevano, ma funzionava davvero.
Ad esempio: i paesaggi agricoli di Giacomelli, l’astrattismo informale di quei solchi profondi, tridimensionali e materici sono l’espressione di un tormento, di un distacco dal quel mondo che vede solo una dimensione, ma Mario e la sua fotocamera vedevano in ipermetropia, una distorsione santificata dalla loro simbiosi.
La visione globale di quel fotografo della domenica (di fatto Giacomelli nasce come tipografo che fotografava nel fine settimana durante il tempo libero) non era, semplicemente, fotografica, non solo almeno, era una dimensione molto più ampia e complessa. Le sue fotografie sono opere, sono poesia e letteratura. La poesia lui la conosceva, ci si dilettava addirittura. Gli stessi suoi lavori partono con citazioni altissime, “verrà la morte e avrà i tuoi occhi” da Cesare Pavese, “A Silvia” da Giacomo Leopardi come pure la traduzione da scrittura a scrittura-visiva con la poesia di Emily Dickinson.
Se c’è una congiunzione tra le arti, quelle dove l’uomo è trasceso dalla sua vocazione artistica primaria per concedersi di più, Giacomelli l’ha vissuta e sperimentata, ma soprattutto ce l’ha mostrata.

Enzo Pertusio

 

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