Editoriale Gennaio 2021: in loving memory

Editoriale gennaio 2021

in loving memory

Fotografare significa perpetuare un atto d’amore.
Plurimo probabilmente.
Amore verso la fotografia innanzitutto, quel momento magico dello scatto che conclude il processo di cattura e apre lo scenario di ciò che avverrà dopo, un dopo misterioso ed eccitante.
È la fase del concretizzarsi del nostro pensare, sognare e tradurre in immagine. La scoperta di cosa il nostro istinto ha saputo condensare, distillare all’interno di quella magia, la magia di fermare il tempo. Un rettangolo, a volte un quadrato di pochi centimetri dentro il quale stiparci un’enciclopedia di informazioni, di gioia o disperazione e di senso delle cose.
Questa è la fotografia. Un contenitore immenso di consapevolezza, di vita apparente e di morte certa.
Un memento mori, come diceva la Sontag.
Nella prossemica fotografica c’è un campionario di gesti scaramantici e figure arcaiche, vezzi di un retaggio antico.
Ci sono i tecnocrati che affidano tutto il loro istinto all’aura protettiva della tecnica, o della tecnologia – gli eco sostenibili che rifuggono il male del mondo ricercando la bellezza nella natura, tra sule e martin pescatori – oppure i manifestari, quelli che non perdono un corteo manco morti ammazzati, per poter dire: io c’ero.
E via cosi. Il campionario prosegue.
A qualunque partito fotografico si appartenga – qualunque scuola, quella degli analogici che credono nel potere degli acidi (non quelli lisergici, per capirci) o quella dei post-realizzatori che craccherebbero la madre pur di non cacciare ‘na lira, che poi diciamocelo, sto photoshop, in quanto shop, costa ancora un fuoco. Insomma, ci rimane per fortuna il sogno immutato, l’incantensimo di quello spazio da riempire.
Un puzzle senza pezzi, una tela bianca, bianca come la pagina di un libro ancora tutto da scrivere.
La fotografia si sviluppa in relazione diretta con nostra vita. Attinge dal nostro vissuto, da ciò che vediamo, sappiamo, conosciamo, impariamo.
La fotografia ci aiuta a ricordare, anzi, a non dimenticare. Aiuta a fare ordine, a dare risposte e a creare nuove domande.
A scoprire la bellezza e riconoscere gli orrori.
Per chiuderla: fotografare è una dichiarazione di libertà, un’osmosi infinita, un inevitabile contagio.
La libertà di scegliere il nostro spazio, i nostri guru dai quali attingere ispirazione (qualcuno invece di attingere prende a piene mani ma vabbè).
La fotografia, in quanto Arte, è senza barriere e confini.
Almeno è cosi che vorrei che fosse.

Enzo Pertusio

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