Editoriale-Novembre2026
Editoriale a cura di Enzo Pertusio – Novembre 2026
Eravamo 4 amici al bar (e 1 moderatore)
Parlare di fotografia e di futuro di circoli e associazioni, ormai, non è più solo un momento di piacevole confronto ma è diventata un’urgenza che detta la nostra agenda più recente.
Impegni, bilanci, conti da far quadrare; quote sociali che faticano a crescere e allievi sempre più esigui. Se poi aggiungi la difficoltà di far convergere le visioni su come trattare la materia fotografica, il quadro si complica ulteriormente. C’è pure l’individualismo, l’ego smisurato dei fotografi, che nelle varie ere non ha mai subito la minima flessione, e non aiuta a sbrogliare la matassa. Accade dunque che un gruppo di dirigenti di club dell’area torinese decida di mettersi in discussione, raccontando aspirazioni e difficoltà e cercando risposte (e offrendole) alla platea dei soci.
Fin qui tutto bene, diceva l’uomo in caduta libera senza paracadute. Poi partono le considerazioni, alcune anche interessanti, perché no, ma altrettanti interventi a gamba tesa, secondo la scaletta tipica del vademecum del qualunquista.
C’è chi la butta in caciara, invocando l’oggettività della fotografia come regola superpartes, come se in fotografia esistesse davvero qualcosa di oggettivo. Al di la dei comandamenti che gli addetti ai lavori si sono inventati per omologare e arginare il pensiero diverso, di oggettivo in fo0tografia non c’è mai stato nulla.
C’è pure chi delira credendosi depositario di un sapere infuso, magari per avere letto Benjamin una volta., molti anni fa. Troppi. Insomma una tiritera: ognuno con la sua teoria, dimenticando che le opinioni sono come il buco del culo, tutti ce ne hanno uno. (Cit)
Ciò che non emerge tra chi sta seduto in platea è la consapevolezza di appartenere ad un mondo, quello amatoriale, che continua a guardarsi l’ombelico scavandoci dentro con il dito, che vive di invidie e presunzioni, di nostalgie e di stenti, e la cui sopravvivenza è appesa ad un filo e all’energia dei volontari che ogni giorno tengono in piedi quella che un tempo era una nobile impresa e oggi è un viaggio notturno senza fari. In questa guerra fratricida c’è una sola salvezza: accettare la propria condizione di malattie cercare una cura, ammesso che esista, o almeno una terapia di mantenimento per allungare la vita. Magari aiutando senza ostracizzarli, quelli che ancora hanno voglia di mandare avanti la baracca.
